Marzo 1873. Tolstoj si trova nella casa di Jasnaja Poljana al centro di un’intatta natura innevata: lì trascorre giornate serene, piene di ricerche e studi in vista del progettato romanzo su Pietro il Grande e la sua epoca, il romanzo cui è tornato dopo un lungo periodo di crisi, di soprassalti di angoscia, di apatica malinconia. Davanti alle porte del suo studio si blocca e ammutolisce come per incanto il chiassoso mondo dei giochi infantili, dei mille problemi domestici. Sof’ia Andrèevna presiede con instancabile cura al rituale della devozione e del rispetto: nulla deve turbare il silenzio e la pace necessari alla creazione del libro che dovrà ripetere il grandioso esperimento di Guerra e pace. Ma una sera la donna dimentica di riportare in biblioteca un volumetto, una raccolta di prose puskiniane, che resta abbandonato sul davanzale della finestra del salotto. Tolstoj lo trova l’indomani e sprofonda nella lettura: lo scrittore resta incantato dalla limpida prosa del divino Puškin. Ma è la lettura di un frammento in particolare, un brano incompiuto, che lo risveglia all’improvviso dal suo torpore creativo.
| « …Gli ospiti arrivarono alla villa della contessa G. La sala si riempiva di donne e di uomini giunti insieme dal teatro, dove si rappresentava una nuova opera italiana… In quel momento si aprirono le porte del salone ed entrò la Vol’skaja… D’improvviso si alzò ed andò svelta sul balcone… La seria principessa G. accompagnò con lo sguardo la Vol’skaja e disse a mezza voce al suo vicino: “È incredibile”. “È terribilmente sventata”, rispose quello. “Sventata?… è poco. Si comporta in modo imperdonabile. Può non rispettare se stessa quanto vuole, ma gli altri non meritano una simile mancanza di rispetto da parte sua…”. “Lo confesso: mi sta a cuore il destino di questa giovane donna. C’è molto di buono in lei, e molto di meno cattivo di quanto si pensi. Ma le passioni la porteranno alla rovina”… » |
Quale sorte, quale rovina attendono nel vuoto del silenzio e dell’incompiuto la Vol’skaja, una giovane adultera bella, ricca, colta e immemore delle convenzioni? Una settimana dopo, il 25 marzo 1873, Tolstoj scrive a N. N. Strachov:
| « …In modo inatteso, senza sapere nemmeno io perché e a quale scopo, ho ideato i personaggi e gli avvenimenti, ho continuato, poi ho cambiato e, improvvisamente, tutto si è concatenato così bene e rapidamente che ha preso forma di un romanzo di cui ho appena terminato la prima stesura; un romanzo molto vivo, appassionato, compiuto, del quale sono molto soddisfatto… » |
E, sempre a Strachov, l’11 maggio Tolstoj scrive:
| « …Questo romanzo si è impadronito della mia anima – il primo della mia vita -, me ne sono invaghito completamente… » |
Tra soddisfazione e invaghimento, tra lunghe pause di silenzio e momenti in cui Tolstoj provava noia o addirittura ripulsa per il nuovo romanzo che aveva di colpo detronizzato tutti gli altri progetti narrativi (quello su Pietro il Grande non sarebbe più stato realizzato), da quel primo e breve abbozzo prendeva forma Anna Karenina, che comparve a puntate sul Messaggero Russo tra il 1875 e il 1877.